Lo vedo bene, bella, che non sei Campanellino. Se facessi tanto di mandarti dietro tutti gli indiani dell’Isola durerebbero forse, ah, cinque minuti? A patto di non farti incazzare subito, forse anche un quarto d’ora. Mi chiedi che faccio qua, ma sai, volare a vista con queste nubi è mica facile, bella. Seconda stella a destra mi sa che ho fatto un casino. Ma anche tu sei fuori zona, mi pare, qua a sbronzarti, non dovresti, tipo, sorvolare campi di battaglia, e sulle ali del tuo canto potente scortare al Walhalla solo le anime dei guerrieri valorosi?
Senza rovesciare il boccale punti il dito a terra, indichi un capannone, e accanto un altro e il camioncino del porcaro a fianco e Giglio Tigrato ha addosso solo un acchiappaincubi e più in là edifici alti con le luci ancora accese a quest’ora da lupi e spettri, e lightbar e strobo azzurri nel buio e lamenti che non ho mai visto o udito a nessun rave e dici vedi che infuria la battaglia, là e là, presto si leveranno le fiamme piccolo mio, e sarà di nuovo Wounded Knee, e di nuovo mancano 6 minuti alle ore 15.00 del 4 novembre 1918, e mandano la cavalleria lungo il fiume Stella a cercare quel nido di mitragliatrici, piccolo mio, e sono velati i tuoi occhi, e la tua voce non è di chi abbia di recente cantato.
Bellezza mia, non piangere, lo capisco sai, che tu non c’entri un cazzo con quelle merde con le croci celtiche e le armi e l’ignoranza e l’odio e quella bipenne che hai sulla schiena beh – lo vedo che non me la rivolgeresti contro, almeno spero. Traghettatrice stanca, angelo di Serra senza più terre da tappare, figlia scazzata di Wotan, secondo te, anche io, che ci sto a fare, che mi hanno messo in mezzo a tutto quello che gli è passato per la testa, dagli andropausici che decidono di essere adolescenti a Robin Williams a Padre Pio, che dovrei dire? Non sono che una figurina su un manuale di psicologia da pollaio, un cartone sbiadito; Uncino è il presidente del consiglio d’amministrazione dell’esse pi a che gestisce la mia immagine, e ha appena deciso un downsizing del compartimento Bambini Sperduti – la Cina ci uccide. Ho visto invecchiare dieci generazioni di Wendy – inizio ad avere un’idea del tempo. Pure, vengo a bussare ai vetri, e la scusa dell’ombra sai, a volte funziona ancora – se ancora non sono abbastanza terrorizzate. Perché, perché non c’è come adesso, bella. Posso ancora fermare il tempo, sai.
Posso fermare il tempo, guarda, hanno quasi finito di costruire l’autogrill, e lungo l’autostrada non c’è nessuno. Le gaggie sono sfiorite, ma vuol dire che inizia a fare caldo, ascolta le rane – tra poco pioverà, ma domattina ci sarà il sole. Perciò non piangere, bella, all’alba ti prometto che ti porterò al mare.
Puer aeternus e virgo bellatrix, ci hanno fatti della stessa sbobba, prendeteci su e portateci via, portateci in alto, lontano dalla merda da noi stessi fabbricata. Siamo fatti degli stessi sogni tu ed io, bella, che quando questi quaggiù non sanno che fare prendono uno sfigato e gli appiccicano le ali che loro non vogliono, e pensa quanto siamo simili, innocenza, incoscienza, insolenza, temerarietà, coraggio… bellezza mia, ma noi lo sappiamo quant’è pesante il volo di chi non sa che cos’è, e il tuo canto schianta le corazze, certo, ma quante volte hai desiderato di poterle schiudere delicatamente, con un sussurro? Ma non c’è un paradiso nell’altro mondo per gli intrepidi, né per gli incolpevoli. Tutto quello che hanno, deve venire dalle loro mani. Noi non siamo che sogni.
E per non sbagliare, bella, ci hanno sognati fanciulli, casti e ignari – loro sognano, bellezza mia, lasciamoli sognare.
Vieni qua, e pensa qualcosa di bello.